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Colombia, fine febbraio 2018
 
I tre punti cardinali. Più uno.
 
Per un viaggiatore che si differenzia dal turista ci sono tre punti cardinali che lo orientano nell'esplorare il nuovo.
 
Guardare. Ascoltare. Emozionarsi.
 
Ho guardato Bogotà nella sua estensione immensa. Fredda coi sui 2600 metri di altitudine. Caotica nel suo traffico infernale. Ho incrociato migliaia di occhi affrettati e anonimi. 
Palazzi di periferia sobri e tristi. 
Il quartiere dove io e Rulo dormiamo è un inno urbanistico a Giotto. Cerchi. Le strade, le case, i giardini. Tutto rotondo.
Colazione alla mattina: ma sì, iniziamo con un bel bollito di carne! E tamales.
 
Piazza Bolívar è imponente e presidiata da un manifestante con cartelli di protesta. È stato allontanato dalla sua abitazione per la costruzione di una diga.
"Da quanto tempo sei qui?" gli chiedo.
"Tre mesi".
" E i politici del vicinissimo Palazzo del Governo, passando di qui, cosa ti hanno detto?"
" Niente, per loro sono invisibile". Un fremito pensando al mio "L'Invisibile".
Più distante un uomo in carrozzina ci racconta ciò che nei secoli è successo in questa Piazza. Soprattutto ci soffermiamo sull'irruzione nel Palazzo di Giustizia di carri armati nel novembre 1985 che causò  98 morti, in maggioranza componenti del gruppo guerrigliero M-19, ma anche alcuni giudici. Sulla facciata campeggia una scritta ambigua di Francisco Santander, militare e político colombiano dei primi '800:
"Colombianos las armas os han dado la independencia, pero solo las leyes os darán la libertad" ( Colombiani le armi vi hanno dato l'indipendenza, ma solo le leggi vi daranno la libertà ). Concetti discutibili.
"Ho avuto una vita difficile" continua parlando con voce flebile. "Mia madre era una donna di mondo. Leggo molto". Si volta di scatto e da una borsa a rete appesa alla spalliera della sua sgangherata sedia a rotelle toglie un libro. El Paraiso perdido di Milton, l'ultimo libro che Gabriele mi aveva consigliato di leggere. Brivido.
I musicisti di strada possono essere pessimi, come i due ragazzi che si esibiscono nel Chorro de Quevedo, pieno centro storico. Record: 23 minuti per avere due caffè in un bar all'angolo della caratteristica piazzetta.
Incontro i bimbi della Associazione umanitaria FIM a Chia, 30 km. da Bogotà, con la quale ho iniziato a tessere rapporti lo scorso anno. Mi aspettano. Vestiti tradizionali. Chitarre. Mangiamo assieme. Ballano. Ridono ai miei commenti sui loro nomi. Marilyn, Brenda, Arnold: ma siete yankees?
Allegria.
Solo con il vostro sorriso e tenerezza potrete sconfiggere chi può farvi del male.
 
Le auto lente non si spostano mai dalla corsia sinistra. La carta igienica nei bagni è sempre a 20 cm. dal pavimento. Le docce hanno solo una manopola, quella fredda. 
 
Andiamo in autobus a Villa de LLeyva. 
Ascolto il silenzio in una cittadina dove gli spagnoli hanno lasciato tracce ben evidenti, soprattutto nella stupenda piazza che pomposamente  è definita la più grande di tutto il Sudamerica. Ma lo è. Casa di terracotta alla Gaudì. Hotel stile coloniale con un giardino esuberante e oggetti della più grande varietà: giubox anni sessanta, due scheletri, libri antichi, bottiglie dipinte, un arco con le frecce. E vai con la fantasia....
Entriamo in un bar e incontriamo El Gato David, un cuentero. Ripete racconti che vengono tramandati solo oralmente da generazioni. El cuento del nonno e il nipotino è delicato. Come il gesto di Rulo che compra un regalino per il bimbo di David.
Musica musica musica. Che ci accompagna nel nostro viaggiare. Solo colombiana, vallenato, cumbia. Canzoni mono tema: amore. Mi sono ubriacato per te, vedo il mio futuro solo con te, il mio cuore batte forte quando ti vedo, mi hai lasciato ma ti amo, pazzo d'amore solo per te, ami un altro uomo ma io ti aspetterò, un giorno ti porterò all'altare. 
Trombe trombette trombino tromboni, sempre a manetta. 
Su e giù per colline e valli per 14 ore di bus e arriviamo a Medellín. Sorprendente.
Innovativa. Eterna primavera. Civile. Metro cable: una funivia che si inerpica su una collina coperta di umili abitazioni e slums. Bella invenzione: collega alla città questa popolazione che era emarginata. 
Alla fine supplemento di ovovia e si arriva al Parque Arvì.
Nella cabina, luogo di confessioni come sull'auto, sempre pericolose in spazi ristretti, da evitare, iniziamo a chiacchierare con un laureato in giurisprudenza.
Preamboli e poi.
"Cosa ne pensi del processo di pacificazione che il Presidente Santos ha intrapreso verso la frangia guerrigliera?".
"E' un primo passo importante. Necessario. Occorre tempo. La situazione non è ancora normalizzata. Ci sono aree ancora in mano alle fazioni armate".
Discesa: ragazze del quartiere vanno a lavorare in città. Sono curiose. Simpatiche. Risate. La capitale dell'Italia? Parigi.
PIazza Botero scheggiata dalla soprelevata della metro. Succhi e frutta in ogni angolo. Ognuno ha qualcosa da venderti, da una Ferrari a Dio. O caramelle.
Pablo Escobar, el patrón del mal, è super ricordato e effigiato sulle magliette.
La frase colombiana: a la orden, a la orden. Con molteplici significati: grazie, cosa desidera?, prego, piacere. Multiuso. A la orden.
Salón Malaga: DJ settantenne con vinili alla mano e musica anni '50. Riabilitato di giorno dopo un karaoke notturno che ci ha tramortiti e fatti scappare.
 
La burocrazia è sempre all'erta e colpisce ancora. Le compagnie aeree low cost hanno la capacità di avere al check-in le impiegate più stronze di ogni singolo Paese. E il mio sgangherato cellulare vola via.
 
Vedo le luci di Cartagena de las Indias attaccate all'aeroporto, inglobato dall'espansione urbanistica della città. Fascino magico. Balconi di legno con fiori. Viette e piazzette in un susseguirsi labirintico. 
E non troviamo a notte fonda il portone della casa privata che ci ospita. Lampi di genialità alle volte risolvono.
Spiaggia. Caldo. Caraibi. Mega carne argentina in onore a Rulo al Quebracho con musica live, of course. Guantánamera, guajira guantanamera....yo soy un hombre sincero...
PIazza del Reloj è luogo di incontro, con trans e prostitute annesse. Bar dalla musica assordante. Un matrimonio con banda di soli tamburi al seguito. Ballo africano antesignano del rap. Cittadina che accoglie chiunque con le gambe aperte, per essere scopata. Piazza de la Trinidad come spettacolo continuo; da una grottesca Shakira boteriana a un ballerino di bolero con fosforescenti scarpe rosse.
 
E poi sulle tracce di Gabo e il suo realismo magico a Barranquilla. Breve notte a Santa Marta, che ha deluso le mie aspettative.  
Verso Aracataca ci fermiamo a visitare una azienda che produce e commercializza banane. Le mie amate banane. Le amo. Le mangio. Le assaporo.
John, il Direttore trentenne, impersona la saggezza di questo popolo.
Ovviamente sa tutto delle banane, dagli innesti alla difesa dagli insetti. Ma resto colpito da questa frase che pronuncia con tono pacato e modesto:
"Anche dopo settant'anni di sante guerre non ci hanno tolto l'allegria. Ci asciughiamo le lacrime; la mattina ci svegliamo e ...pa lante (andiamo avanti!).
Macondo e la famiglia Buendía sono presenti nel giardino dietro il ristorante a fianco della sua casa Museo. Caffè preparato da una discendente italiana. Colta. Chiacchierona. Curiosa.
Il tempo si ferma sotto il fresco di alberi secolari. La Storia passa ovunque. Anche in questa cittadina lontana da tutto. La Storia penetra. Ci condiziona. Ci salva e ci uccide. 
L'amaca  mi attira. Il tempo non passa. Ma abbiamo 400 km. da percorrere. La realtà si scontra coi desideri.
Partiamo e....la Polizia ci ferma su un raccordo autostradale. 15 km. orari in più dei 20 stabiliti. Una balla colossale. Io vorrei reagire a muso duro. Rulo, da avvocato sgamato, inizia l'arringa. E tutto finisce con una bustarella di 30 dollari. Fuck you. Uguali in tutto il mondo.
 
La notte viviamo altre nefaste avventure sulle quali non voglio tediare ma che denotano l'avvicinarsi al galoppo del mio amico tedesco: Herr Alzheimer.
Il taxista non sa raggiungere l'Hotel, attivo da 150 anni e dove Gabo dormì nel 1950 nella stanza 204, mia per una notte. Ci lascia davanti alla Chiesa di San Ignacio e il supposto guardiano dell'hotel viene a prenderci e ci accompagna. Viviamo per 600 metri l'incubo della Notte dei morti viventi. Attraversiamo il Mercato Municipale di notte. Senzatetto a centinaia che dormono dove possibile. Sui banconi della frutta, in una carriola. Umanità dolente. Irrecuperabile. Troppo numerosa in tutto il mondo. 
E leggo lamentarsi per un pò di neve. E poi, sconsolata, ma non si può più criticare..... e la strada sbarrata, e l'acqua della fontana sporca. 
Cabiate, lontano ti voglio bene.
 
Aerei, e aerei. Duty free, e duty free. Pasti frugali, e pasti frugali.
 
Iguazu.
Migliaia di farfalle gialle sembrano darmi il benvenuto  in Argentina. 
Farfalle gialle. Le amate da Gabo e dalla mia famiglia. 
Tatuata sulla giovane bianca pelle per ricordare il mito di nonna Lina, indimenticabile nella sua generosità.
Volano le farfalle. A migliaia. 
Ho guardato. Ho ascoltato. Mi sono emozionato.
 
Bentornato a Posadas, Maurizio.
 
PS: il quarto punto cardinale in più. 
Lo scrivere.
 

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