you are here:

Come aiutarci

Giro del Mondo
La Cina è vicina
 
Quando pensi che 3600 Km. da New Delhi a Hong Kong e cinque ore di volo sono un'inezia, significa che stai modificando il tuo concetto di breve/lungo che determina la distanza. 
Ho lasciato lo Shelter in modo convulso per la caduta di Boomika, una ragazzina dei 14, con conseguente trauma cranico, da un terrazzino usato poco prima da palco, mentre cercava di afferrare un palloncino, un'ora prima dell'arrivo del mio taxi. Pochi secondi con perdita di sensi, brevi convulsioni. Ambulanza, ricovero ospedaliero per accertamenti e il giorno dopo avvisato da Marina, benedetto whatsapp, che è stata dimessa. Fortunatamente nulla di serio, aldilà di un bernoccolo.
Ultima pitaya per spuntino, frutto esotico che mi piace come tutta la frutta, con le banane in pole position.
Tutti i bimbi schierati agitando le mani per salutarmi.
Ajay mi ha guardato negli occhi e sottovoce ha pronunciato un Bye triste, quasi doloroso. 
Dal sedile posteriore mi volto e recido ancora una volta il cordone ombelicale. Con pietas.
 
Arrivo dall'aeroporto a Wan Chai, quartiere centrico di Hong Kong, alle 7 di mattina con un treno super efficiente. Ieri notte hanno festeggiato il Capodanno cinese e dedicato il 2016 ad una mia ancestrale nemica, loro portafortuna nel 2016, la scimmia. Poche persone per strada. Ritardatari ubriachi e scamiciati. Fa freddino. Un ragazzo che probabilmente non ha nulla da fare, su mia richiesta di indicazione della via dell'Hotel, mi accompagna fino nella hall, dove una citrulla inflessibile antipatica receptionist mi dice che la camera sarà disponibile solo alle 14 zero minuti un secondo. Soliti disbrighi e poi con lui faccio colazione in un bar popolare dove il puzzo asiatico è asfissiante. È dealer in una banca. Fidanzato. Voglia di denaro. Senza fratelli. Inglese comprensibile. Vestito dimesso. Occhiali. Non gli piace il calcio. Take care mi dice e io di rimando Iu tu.
 
Visito il Convention Center. Sala congressi per 6100 persone. Imponente nella baia dove lo skyline è impressionante e le case a un piano non sono minimamente contemplate. Incontro un membro della Comunità Italiana da anni in Cina. Grattacieli degli anni settanta fini come sigari. Nebbiolina. Simpatici tram variopinti e tutti sponsorizzati in modo eclatante. Sorprendente mercato in una stradina tra due 40 piani. Metropolitana deserta. Makiyakinabe la sera con bacchette ai lati del piatto. Due maldestri tentativi di utilizzo e subito Fork, please. 
 
l giorno successivo prendo il ferry boat per Macao, ex protettorato portoghese. Un'ora di traversata. Nebbia amarcord felliniana. Il Grand Hotel di Rimini nei miei pensieri prima di dormire. Per addormentarmi devo pensare sempre a qualcosa che mi sfianchi di felicità. Ancora grattacieli. Alcuni kitsch. Sono i casinò che spuntano come funghi. Ma il Venetian merita la mia italiana attenzione. Entro e vedo Venezia riprodotta nei dettagli, con finalmente sul soffitto un azzurro di cielo italico.Meglio del nulla opprimente di questa nebbia perseguitante. Da due giorni guardando in su vedo solo grigio. Migliaia e migliaia di giocatori già a metà mattina. Negozi a lato di gondole canali calle Caffè Florian colonnati portegheto. 
Visito Old Macao, centro storico protetto dall'Unesco e le rovine della Iglesia de São Paulo, con i segni gesuitici IHS scolpiti in facciata.
Folla, folla, folla. I vigili determinano i flussi pedonali con nastri bianchi e rossi che cambiano continuamente tracciato, mentre ininterrottamente usano un fischietto per attirare l'attenzione dei conducenti dei taxi, che scaricano velocemente valanghe di turisti. 
Cerco di rimanere viaggiatore ma ammetto che è impossibile. 
 
Sono turista, per caso.
 
Le mie calze sono bucate e sento gli alluci picchiare nudi la punta delle scarpe. Ne ho bisogno un paio. Mi dicono che vendono socks in un supermercato di alimentari. Eccole, di un colore che nemmeno Cristiano Malgioglio le indosserebbe. 
Il casino Grand Lisboa è tradizionale. Il 30, 8 e 27 non escono e 25 dollari HK prendono il volo. Cena: brodino sempre di strano colore, carne di angus alla piastra tagliuzzata well done e semifreddo con utilizzo di trapano per perforarlo.
 
Turbojet e di ritorno a Hong Kong. La metro è piena di gente, ordinata e variegata. Non come a Delhi che era affollata disordinata acciugata di soli uomini. E le donne? La prossima rivoluzione non avrà il volto del Che, ma di voi donne indiane ora sottomesse. 
Cammino per le ampie strade di Hong Kong e mi sembra di essere in un centro commerciale a cielo aperto. Infinito. Negozi. E poi negozi. Prima HK era approdo di stranieri per i prezzi tax free. Ora sono i cinesi che hanno desiderio di consumo, frustrato per anni dal rigido e scellerato comunismo degli eredi di Mao. Poco tempo per capire a fondo il loro sistema economico.
Entro in un piccolo ristorante quattro strade più in là, dove non ci sono turisti. Pollo allo spiedo con contorno di spaghetti, mais e salsa di soia. Non parlano inglese. Water, please. E mi portano un bicchiere di acqua, calda. Cold please, e mi riportano lo stesso bicchiere col ghiaccio dentro. Un ragazzo seduto al tavolino al mio lato capisce il misunderstanding and help me. Alla fine un gelato galleggiante in latte di cocco e uvette passite. Buonissimo, il tutto per 8 euro.
 
Viaggiatore, per caso.
 
È il giorno della partenza per l'Australia. Ho due ultime cosette da fare. Visitare il Peak che sovrasta HK raggiungibile con la famosa funivia Brunate Style e il tempio buddista di Chi Ling Nunnery.
Zaino in spalla, la valigia l'ho intelligentemente lasciata in custodia all'aeroporto. Maurizio, non fare il presuntuoso. E le calze di ricambio? Vabbè,dai. E poi, ti sei dimenticato di scrivere che hai comprato anche gli slip, cioè le mutande. Eh sì, anche quelle. Altro che "intelligentemente". Sei un pirla!
 
Scendo alla stazione di Diamond Hill e quando entro nel tempio sento subito una nenia ripetitiva. Giardini curati, vialetti ben delineati, fiori. È quasi silenzioso. Troppo vicino e sovrastante il ruggito della belva città. 
Guardo la gente pregare. Mani giunte, si chinano per tre volte su un piccolo inginocchiatoio inclinato. Buddha. Un raggio di sole spunta timido dopo tre giorni di nebbia. Mi sospendo, insicuro. Chiudo gli occhi e medito. Sento il mio respiro di vita. Vivo. I mercanti del tempio sono onnipresenti. Esco con tre gocce di pioggia che subito cessano: grazie della benedizione, dei del cielo.
 
Vado al Peak. Impossibile salire. Coda interminabile e tempo limitato. Giro mesto i tacchi ma mi riprendo subito. Un rombo inconfondibile mi mette i brividi. Orgoglio della mia Italia vicina. Una Ferrari rossa sfreccia veloce. Maranello e Adesso spingi forte l'acceleratore e con l'indice destro cambi le marce.
 
I sogni alle volte possono diventare realtà.
 
MC 
 
I cinque sensi. E il sesto.
 
 
New Delhi, 8 febbraio 2016, ore 9.15. 
 
I cinque sensi. E il sesto.
Una foschia penetrabile galleggia sulle campagne attorno allo Shelter, casa rifugio che mi ospita e dove attualmente vivono 14 bambini senza famiglia che Sandra, italiana di Airuno, ha fondato una decina di anni fa a Darbaripur, villaggio a circa 50 km. da New Delhi. Strade sconnesse, un piccolo tempio induista, nessuna illuminazione sulle vie, fogne a cielo aperto e intasate, modeste case in muratura, campi coltivati e gruppi isolati di grandi complessi abitativi senza infrastrutture per una emergente classe media 
Ho conosciuto allo Shelter anche Marta e Marina, due cooperanti italiane piene di energia positiva e voglia di bene, preziosi e umani strumenti che saranno la carta vincente delle future generazioni. Le nostre grandi donne italiane nella cooperazione internazionale, piene di sensibilità e intelligenza.
 
Voglio descrivere l'India dopo una settimana di permanenza utilizzando i cinque sensi.
 
Vista.
Annebbiata dalla polvere che inaspettatamente è dappertutto. Non piove da mesi. L'impatto del marmo bianco del Taj Mahal. Il fuoco perenne e le corone di fiori per l'anima del Mahatma Gandhi in un semplice e silenzioso sepolcro pieno di significati. Il pattume nelle strade per lo sciopero dei netturbini. Le piaghe di un elemosinante all'entrata della Moschea che mostra la sua orribile bruciatura su tutto il corpo. 
Solo maschi in un affollato vagone della metropolitana. Guardare il colore della pelle e rendersi conto di essere l'unico straniero nel bazar di Gurgaon. Viscere all'aperto in vendita. Le vacche sacre per strada. I soliti tristi cani cittadini. Gli sgargianti colori dei vestiti delle donne. Gente, gente, gente; un miliardo trecento milioni di abitanti. 
 
Udito.
Il metodico raschiare del cucchiaio sul piatto di acciaio inossidabile di Francis, tuttofare dello Shelter, che tutte le sere si unisce a cenare con noi "grandi" su un tavolo dove prima avevano mangiato i "piccoli".
Le musiche all'interno del meraviglioso tempio Krishna, visitato al ritorno del viaggio in bus ad Agra, iniziato con la per me proibitiva sveglia mattutina delle 5 e 30 e terminato nelle mie consuete 1 e 30 di notte. 
L'incessante bip bip del traffico e non traffico, cioè anche quando è inutile suonare il clacson. Risultato: bip bip costante di tutto ciò che si muove a petrolio e provvisto di pulsante elettrico, così anche il mio preferito mezzo di trasporto, l'Ape taxi della Piaggio, sostituito nelle viette di Old Delhi dal risciò a pedali di Dipok. Le biciclette non hanno campanello: salvo.
La canzone mantra al cyber, una nenia ripetuta ad oltranza che ho imparato subito tanto era ossessiva la sua litania. 
 
Olfatto.
L'odore della polvere nella mia passeggiata in bicicletta. Odore acre, che giunge da lontano, di qualcosa che sta bruciando. Il profumo dei fiori nel mercato di Chandni Chowk. Lo stantio della mia camera nell'hotel dove ho passato due notti a Delhi. 
 
Gusto.
La semplice raffinatezza del cucinare di Kristin, la cuoca dello Shelter. No spice, please. E sono sempre accontentato. Pollo al curry, riso, zuppe di tutti i tipi con colore arancio giallo prevalente. Il chapati, pane che pare una piadina della mia neo amata Romagna, fatto di un impasto di farina integrale, acqua e sale e usato dagli indiani, che normalmente non usano le posate, come portainboccatutto. La pasta con sugo strabocchevole in un demenziale Centro Commerciale lungo 500 metri dove ho comprato quello che mi è stato chiesto per i ragazzi dello Shelter ( asciugamani, tutto l'occorrente per la scuola, bicchieri, lenzuola, palle e racchetta da cricket, sandali, ciabattine, spesa alimentare per due settimane, libri da colorare). Pizza di farina integrale per tutti in una serata allegra con un finale di buon gelato che non mi hanno fatto rimpiangere l'Apogeo di Forte dei Marmi e la Perla di Meda. 
 
Tatto.
I capelli elettrici di Praveen, il ragazzino che con Ajay condivide lo stanzone dove ho dormito allo Shelter. Il soffice della pashmina, nel negozio di tessuti dove Dipok molto insistentemente mi ha portato. 
 
Sesto senso.
L'immediata percezione che l'atmosfera dello Shelter non era di mio gradimento. I miei anni e la mia esperienza di vita sono bagaglio prezioso. Non voglio essere superficiale e affrettato nei miei forse severi giudizi, ma non mi sono mai piaciute parole come castigo, doveri della casa, i dodici comandamenti, punizione, sgridate umilianti, le urla.
E qui le ascolto costantemente.
Mi sono ritirato quasi in buon ordine, anche se ho tentato di rompere questa rigidità organizzando un concorso a premi che ha evitato di dover obbligatoriamente passare al vaglio della responsabile la possibilità di regalare un solo cappello della Juventus a Ajay.
Tutto è pulito e in ordine. I bambini sono nutriti. Hanno educazione scolastica.
Come si ripete ormai da undici anni domani devo partire e non avrò più contatto con questa realtà. Sempre altri rimangono. Devo avere responsabile rispetto.
Andrò con altro spirito all'Hogar Santa Teresita di Posadas. Similare ma non simile. 
Mia Maddalena, ricordiamocelo sempre.
Il crescere con i nostri genitori, tu come me, avere la propria famiglia, non recidere mai il cordone ombelicale, è il più bel regalo che abbiamo avuto e spero avremo.
Il rimboccarmi le coperte, mamma Flora, è gesto di tenerezza che solo tu potevi farmi. I tuoi silenzi, ora comprensibili, papà Carletto, erano gesti della tua intrinseca bontà.
 
Ora prendo la bicicletta e vado a fare un giro esplorativo.
Il giro del mondo sarà lungo.
Pedala, Maurizio, pedala.

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 Succ. > Fine >>

Pagina 2 di 2

Punto a Capo -Via Solferino 2 -22060 Cabiate (CO)

Mail : puntoac@hotmail.it