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I cinque sensi. E il sesto.
 
 
New Delhi, 8 febbraio 2016, ore 9.15. 
 
I cinque sensi. E il sesto.
Una foschia penetrabile galleggia sulle campagne attorno allo Shelter, casa rifugio che mi ospita e dove attualmente vivono 14 bambini senza famiglia che Sandra, italiana di Airuno, ha fondato una decina di anni fa a Darbaripur, villaggio a circa 50 km. da New Delhi. Strade sconnesse, un piccolo tempio induista, nessuna illuminazione sulle vie, fogne a cielo aperto e intasate, modeste case in muratura, campi coltivati e gruppi isolati di grandi complessi abitativi senza infrastrutture per una emergente classe media 
Ho conosciuto allo Shelter anche Marta e Marina, due cooperanti italiane piene di energia positiva e voglia di bene, preziosi e umani strumenti che saranno la carta vincente delle future generazioni. Le nostre grandi donne italiane nella cooperazione internazionale, piene di sensibilità e intelligenza.
 
Voglio descrivere l'India dopo una settimana di permanenza utilizzando i cinque sensi.
 
Vista.
Annebbiata dalla polvere che inaspettatamente è dappertutto. Non piove da mesi. L'impatto del marmo bianco del Taj Mahal. Il fuoco perenne e le corone di fiori per l'anima del Mahatma Gandhi in un semplice e silenzioso sepolcro pieno di significati. Il pattume nelle strade per lo sciopero dei netturbini. Le piaghe di un elemosinante all'entrata della Moschea che mostra la sua orribile bruciatura su tutto il corpo. 
Solo maschi in un affollato vagone della metropolitana. Guardare il colore della pelle e rendersi conto di essere l'unico straniero nel bazar di Gurgaon. Viscere all'aperto in vendita. Le vacche sacre per strada. I soliti tristi cani cittadini. Gli sgargianti colori dei vestiti delle donne. Gente, gente, gente; un miliardo trecento milioni di abitanti. 
 
Udito.
Il metodico raschiare del cucchiaio sul piatto di acciaio inossidabile di Francis, tuttofare dello Shelter, che tutte le sere si unisce a cenare con noi "grandi" su un tavolo dove prima avevano mangiato i "piccoli".
Le musiche all'interno del meraviglioso tempio Krishna, visitato al ritorno del viaggio in bus ad Agra, iniziato con la per me proibitiva sveglia mattutina delle 5 e 30 e terminato nelle mie consuete 1 e 30 di notte. 
L'incessante bip bip del traffico e non traffico, cioè anche quando è inutile suonare il clacson. Risultato: bip bip costante di tutto ciò che si muove a petrolio e provvisto di pulsante elettrico, così anche il mio preferito mezzo di trasporto, l'Ape taxi della Piaggio, sostituito nelle viette di Old Delhi dal risciò a pedali di Dipok. Le biciclette non hanno campanello: salvo.
La canzone mantra al cyber, una nenia ripetuta ad oltranza che ho imparato subito tanto era ossessiva la sua litania. 
 
Olfatto.
L'odore della polvere nella mia passeggiata in bicicletta. Odore acre, che giunge da lontano, di qualcosa che sta bruciando. Il profumo dei fiori nel mercato di Chandni Chowk. Lo stantio della mia camera nell'hotel dove ho passato due notti a Delhi. 
 
Gusto.
La semplice raffinatezza del cucinare di Kristin, la cuoca dello Shelter. No spice, please. E sono sempre accontentato. Pollo al curry, riso, zuppe di tutti i tipi con colore arancio giallo prevalente. Il chapati, pane che pare una piadina della mia neo amata Romagna, fatto di un impasto di farina integrale, acqua e sale e usato dagli indiani, che normalmente non usano le posate, come portainboccatutto. La pasta con sugo strabocchevole in un demenziale Centro Commerciale lungo 500 metri dove ho comprato quello che mi è stato chiesto per i ragazzi dello Shelter ( asciugamani, tutto l'occorrente per la scuola, bicchieri, lenzuola, palle e racchetta da cricket, sandali, ciabattine, spesa alimentare per due settimane, libri da colorare). Pizza di farina integrale per tutti in una serata allegra con un finale di buon gelato che non mi hanno fatto rimpiangere l'Apogeo di Forte dei Marmi e la Perla di Meda. 
 
Tatto.
I capelli elettrici di Praveen, il ragazzino che con Ajay condivide lo stanzone dove ho dormito allo Shelter. Il soffice della pashmina, nel negozio di tessuti dove Dipok molto insistentemente mi ha portato. 
 
Sesto senso.
L'immediata percezione che l'atmosfera dello Shelter non era di mio gradimento. I miei anni e la mia esperienza di vita sono bagaglio prezioso. Non voglio essere superficiale e affrettato nei miei forse severi giudizi, ma non mi sono mai piaciute parole come castigo, doveri della casa, i dodici comandamenti, punizione, sgridate umilianti, le urla.
E qui le ascolto costantemente.
Mi sono ritirato quasi in buon ordine, anche se ho tentato di rompere questa rigidità organizzando un concorso a premi che ha evitato di dover obbligatoriamente passare al vaglio della responsabile la possibilità di regalare un solo cappello della Juventus a Ajay.
Tutto è pulito e in ordine. I bambini sono nutriti. Hanno educazione scolastica.
Come si ripete ormai da undici anni domani devo partire e non avrò più contatto con questa realtà. Sempre altri rimangono. Devo avere responsabile rispetto.
Andrò con altro spirito all'Hogar Santa Teresita di Posadas. Similare ma non simile. 
Mia Maddalena, ricordiamocelo sempre.
Il crescere con i nostri genitori, tu come me, avere la propria famiglia, non recidere mai il cordone ombelicale, è il più bel regalo che abbiamo avuto e spero avremo.
Il rimboccarmi le coperte, mamma Flora, è gesto di tenerezza che solo tu potevi farmi. I tuoi silenzi, ora comprensibili, papà Carletto, erano gesti della tua intrinseca bontà.
 
Ora prendo la bicicletta e vado a fare un giro esplorativo.
Il giro del mondo sarà lungo.
Pedala, Maurizio, pedala.

 

 

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