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30 giugno 2010 ore 19.02
Airbus A380 Air France. 528 posti, mach 85.
Sono seduto alla fila 92, corridoio. Piano superiore. Scrivo con penna su agenda.
 
Lascio il Sudafrica.
 
World Cup: ho visto Argentina-Messico a Soccer City, il più bello stadio che abbia mai visto. Ho approfondito. La sua forma richiama il calabash, tipica pentola usata in tutta l'Africa per cuocere ogni tipo di cibo.
Il momento in cui sono entrato prima della partita sarà per sempre indimenticabile. Illuminato nelle prime ore della sera. Attorniato dalla simpatia delle tifoserie che si mischiavano in allegria. Balli negli stand, colorito folklore sudamericano.
E l'interno impressionante con i suoi 82000 sedili color arancione.
Da paragonare alle più ardite costruzioni dell'uomo. Splendente, immenso. Come la squadra di Maradona con il suo 3 a 1 finale, con l'arbitro Rosetti complice di un fuorigioco di tre metri non segnalato sul primo gol.
Il giorno successivo ritorno a Ellis Park, il luogo dove il dramma italiano ha trovato la sua logica e forse annunciata conclusione.
Il Brasile balla la samba con il Cile. Giocatori arrivati da Marte. 3 a 0 e canti di adieu. Assisto al match tra i tifosi brasiliani. Non amano Dunga per il suo difensivismo, che invece io reputo tatticamente perfetto. Si inebriano per le discese di Kaka. Detestano le vuvuzela.
Le furie rosse della Spagna le ho viste al Loftus di Pretoria. Squadra che gioca a memoria e con grandi potenzialità. Il primo gol è una papera colossale del portiere cileno. Sette anni lavorativi a Madrid mi fanno sentire molto vicino a questo Paese che vorrei vedere in una finale con la mia amata Argentina e .... che vinca il migliore!!!
 
Sicurezza: dopo la partita del Brasile esco dallo stadio e, dopo una veloce sosta mangereccia, mi dirigo verso Bedfordview, dove c'è Casa Serena.
Vado piano perchè la strada è poco illuminata e non capisco mai se sono sulla giusta carreggiata, west or east,  per svoltare ed entrare nella piccola laterale. Mi accorgo che una macchina mi segue. Sì, mi segue. Destra, destra. Tunnel, tunnel. Ancora destra, destra. Ahi, ahi, mi dico.
Ci siamo. Accelero, la perdo e poi riappaiono i fari. Vedo le luci dell'edificio a dieci piani che è il mio punto di riferimento, proprio di fronte al Club Italiano. Svolto veloce. Dopo un piccolo tentennamento l'altra auto procede dritto. Respiro di sollievo.
Ma non è un caso isolato. Mi dicono che alcuni delinquenti usano dei finti lampeggianti per fermarti e poi derubarti. La Polizia è presente dappertutto, ma la criminalità trova sempre i suoi spazi per agire. Io ho avuto solo questo episodio da raccontarvi ma posso assicurarvi che nessuna donna al volante gira di notte da sola nell'area di Johannesburg - Pretoria, sarebbe sicuramente seguita. Non ci credevo
quando me lo raccontavano i primi giorni in Sudafrica, ma adesso ci posso giurare anch'io.

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Pretoria


Tre giorni fa mia figlia Maddalena e' partita per l'Italia. Nell'ultima mattinata abbiamo visitato assieme la casa/museo a Soweto dove  Nelson Mandela ha abitato nel primo anno della sua libertà nel 1990 dopo

ventisei anni di carcere a Robben Island. Questo quartiere è stato creato dal regime dell’aparthaid nel 1948 per trasferirvi  migliaia di persone solo perché avevano la pelle nera, con drammi familiari e di vicinato. Nel 1976, con i suoi 23 studenti morti, e' diventato il simbolo della rivolta contro il dissennato regime bianco. Ora luogo turistico con finta tribù africana che seminuda canta canzoni popolari africane. Qualche timido baretto. Bambini gioiosi nella strada che sorridono mentre altri, disturbati dal nostro passaggio, giocano a soccer.

Ma non ci addentriamo piu' di tanto. Dicono sia pericoloso.

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Viaggiatori

Grigia ancora Cape Town quando la lasciamo per Port Elisabeth.

La mitica Garden Route è dolce. Up and down.  Colline verdi.  Allevamenti di struzzi. Foreste. Infiniti pianori di vivo colore. Ed all’improvviso si getta nell’oceano con un tuffo spettacolare a Mossel Bay.

Maddalena guida con sicurezza e quando prendo il volante mi  rimprovera per la mia guida alla Nuvolari, responsabile gioventù!!

La sosta ai wimpy, sorta di Mc Donalds vicini ai distributori, sono ormai una costante per chi deve sostenere ritmi di 700 km. giornalieri. I nostri stomaci ancora non si ribellano.

L’hotel King Edward, raggiunto nelle prime ore della sera, è bianco con  una architettura classica degli hotel  anni trenta. Qui l’ora blu argentina non esiste. La notte piomba di colpo ed è nera.

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Cape Town


L’aeroporto alle prime ore della mattina è già festoso e colorato. Camicette gialle brasiliane, insegne azzurre e bianche della mia amata argentina, mezzaluna algerina, giapponesi sempre a gruppi e senza bandiere. Aspetto  mia figlia Maddalena e nel frattempo mi bevo un caffè doppio di marca italiana, costoso e imbevibile.
Papi, sento chiamarmi da dietro con berlusconiana memoria. Arriva portando il suo splendido sorriso e la sua solarità.
Partiamo immediatamente per Cape Town, che dista 1400 km per assistere alla prima partita dell’Italia.
Il navigatore gps ci indica come districarci tra le autostrade di Johannesburg e già a sud di Soweto si aprono open space di intrinseca bellezza. Marrone dominante, nessuna casa. N1  a due corsie sicura e veloce. Sette ore filate e raggiungiamo  Colesberg, piccolo paesino a metà del cammino. La proprietaria del Light Lodge non brilla per simpatia e la camera è old English style. La notte la passo dormendo inquieto ed alle sette della mattina sono sveglio e pronto alla partenza, con Maddalena ancora addormentata che solo per filiale e comprensiva pietà non pronuncia parola.
Guido la Yaris a noleggio. Strada vuota. Dopo aver superato i

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Punto a Capo -Via Solferino 2 -22060 Cabiate (CO)

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